Cronaca

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Riceviamo e pubblichiamo integralmente la lettera aperta inviata alla nostra redazione da Giulia D'Aloia, figlia dell'imprendotore di Sala Consilina Michele D'Aloia, che si è tolto la vita lo scorso 2 Gennaio. 

Un appello a tutte le coscienze…

Lui non c’è più. Quindici giorni senza nostro padre e le nostre vite sono stravolte. Lui era il nostro pilastro, il nostro punto di riferimento, il nostro sole. Rassegnarci alla sua assenza è quanto di più difficile la vita possa chiederci. Da poco ho letto qualche articolo sulla sua scomparsa. Hanno parlato di crisi economica, di pressione fiscale da parte dell’agenzia delle entrate, qualcuno ha indicato la mancanza di commissioni da oltre un anno, altri hanno addirittura ipotizzato l’ombra dell’usura.

Beati loro che conoscono tutte le verità perché noi, per quanto ci riguarda, non avremo mai la vera risposta.

Viviamo nel Paese delle facili parole e della solidarietà decantata. Della commozione del momento e delle buone intenzioni che si dimenticano con il nuovo giorno. Nonostante tanti proclami, vicini alla nostra famiglia vediamo adesso solo chi c’è sempre stato anche nel passato: i parenti, gli amici, alcuni collaboratori e fornitori con cui non sono mai mancati rapporti di stima. Per il resto assoluto silenzio o addirittura riprovevoli tentativi di approfittare della situazione.

Tuttavia, noi non abbiamo bisogno di nessun aiuto, le uniche cose che davvero pretendiamo sono il RISPETTO e la CORRETTEZZA.

Rispetto e correttezza che ho visto scarseggiare nei giornalisti che hanno avuto la presunzione di sapere quali siano state le ultime parole di mio padre, così come nelle persone che accorse per soccorrere non hanno esitato un minuto a fornire indiscrezioni a destra e a manca.

Hanno detto che mio padre è morto per debiti. Sicuramente chi lo ha detto non ha la minima idea di tutte le crisi che abbiamo affrontato. Abbiamo superato enormi problemi, in innumerevoli occasioni e non ci siamo mai lasciati sopraffare. Mio padre è caduto tante volte, ma ogni volta si è rialzato con più forza e dignità. Ha sempre avuto il coraggio e la tenacia di tentare nella vita, di lottare per realizzare i suoi sogni. Mio padre era un combattente e noi lo credevamo invincibile. Lui viveva della nostra famiglia e del lavoro, che era la sua unica passione. Non si è mai risparmiato, si alzava ogni mattina alle 5 per rientrare in tarda serata, giusto per cenare e mettersi a letto, per recuperare le energie necessarie ad affrontare un’altra giornata. Accettava questi sacrifici con il sorriso sempre stampato sulle labbra e l’entusiasmo nel cuore. In questo modo lui si sentiva realizzato. Era un grande e instancabile lavoratore, ma soprattutto era un uomo buono.

Perché mio padre ha compiuto questo gesto? Forse in un momento delicato della sua vita ha perso completamente la speranza. Ha smesso di avere fiducia nel futuro. Dopo decenni di duro lavoro e di incalcolabili sacrifici ha creduto che il domani non portasse più alcuna possibilità.

Un insopportabile senso di sfiducia, di insicurezza, di pessimismo, di impotenza gli avranno pervaso l’animo al punto di oscurare totalmente l’ottimismo e l’entusiasmo per la vita che lo hanno sempre contraddistinto. La sua innata propensione alla positività ad un certo punto si sarà tramutata nella nera consapevolezza che mai tanti sforzi e tanto impegno sarebbero stati ripagati. 

Tutto ciò che lo circondava lo avrà gettato in uno stato di disperazione totale da cui nemmeno l’immenso amore che provava per noi è riuscito a salvarlo. Si è detto che mio padre è stato ucciso dalla crisi? Sicuramente sì.

Mio padre è morto per colpa della desolante crisi economica che strazia le piccole e medie imprese e soffoca le famiglie. E’ morto per la crisi della politica, delle istituzioni e della nazione, che ha ridotto i cittadini ad anonime pedine sacrificabili, da cui riscuotere sempre di più, senza misura e senza ritegno. E’ morto a causa della crisi di ogni certezza e di qualsiasi sicurezza per il domani. E’ morto per la crisi della speranza e della fiducia che sono indispensabili per continuare a lottare e a credere nella positività del futuro.

E’ morto per la crisi della società e dei valori umani, della gente che invece di fare gruppo per cambiare il sistema e rendere la vita più giusta non fa altro che condannare, criticare e rendere l’esistenza difficile agli altri in questa “guerra tra poveri”.

La storia di Michele D’Aloia merita più ascolto. Questa tragedia e il nostro atroce dolore devono trovare un significato. Tanta sofferenza non deve restare muta, bensì deve innescare un meccanismo di riflessione e di cambiamento nella società e nella nostra povera Italia.

Giulia D’Aloia

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