Attualità

40 anni dal Terremoto in Irpinia. Il 23 novembre del 1980, poco dopo le 19,00, un sisma di magnitudo 6.9 sconvolse le vite dei campani e dei lucani. L'emblema di quei drammatici momenti resta il titolo de Il Mattino che, a caratteri cubitali chiedeva aiuto. Quel "Fate Presto" che, a pronunciarlo, ancora oggi, a distanza di 4 anni, fa accapponare la pelle al pensiero delle tragiche ore, dei tragici giorni, delle tragiche settimane e dei drammatici mesi vissuti dalle popolazioni più colpite dal disastro. Anche il Vallo di Diano lo ricorda, e lo ha sempre ricordato, ogni 23 novembre.

Il riunirsi davanti ai falò della memoria è stato per 39 anni, una consuetudine ed una tradizione, fermata quest'anno dal covid. Ciò, però non ci impedisce di ricordare quei giorni, chi in particolare li ha vissuti. Io c'ero. Ero piccola e insignificante. Ero una bambini che, come molti bambini, ha vissuti quelle ore come un gioco. Con l'allegria di chi non comprende, fino ad un certo punto però, che qualcosa di triste e drammatico si sta attraversando. Protetta dai miei genitori che cercavano di proteggerci dalla dramma, tenendo per se le preoccupazioni del domani e dell'attesa infinita.

Per i bambini era bello ritrovarsi tutti insieme a dormire in accampamenti di fortuna ma tutte le sere con qualche adulto che ci teneva compagnia e ci faceva giocare. Ogni notte un letto diverso; ogni notte un riparo diverso; ma ogni notte insieme. Tutto un gioco finché non siamo rientrati, per pochi minuti, il tempo di prendere il necessario per continuare a vivere da eremiti nel nuovo accampamento. Quel rientrare nelle case, guardarne le crepe, vedere gli oggetti in frantumi a terra, costringeva anche i più piccoli, come me, a guardare in faccia la realtà. Non era un gioco.

Quei giorni restano impressi nella mente di chi li ha vissuti anche se, solo molti anni dopo, quando avevo acquisito quella capacità di autodeterminarmi con la volontà di capire da sola cosa fosse successo in quei giorni che io avevo vissuto come un gioco, ne ho realmente percepito la tragicità dei fatti. Quelle immagini di donne e uomini che camminano sulle macerie in cerca di non si sa cosa o, peggio ancora, di non si sa chi. Quelle innumerevoli bare che racchiudono il significato di una vita salutata mentre si pensava ad impegni di un domani che non arriverà mai. Quelle case aperte con tutto il vivere delle famiglie che viene esposto quasi ad indicare la resa di chi non ha più la forza di combattere e poi quel "Fate presto" dei Il Mattino che ogni anno torna a ricordarci di intere popolazioni private di tutto, in primis delle lacrime. A 40 anni da quei drammatici giorni è il momento di chiedersi cosa ci ha lasciato il terremoto del 1980, oltre alle ferite ed ai ricordi. L'unità del Paese.

È questo che molti mi rispondono. È questo che ha ricordato anche il presidente Mattarella. Si ma che tipo di unità. Un Paese unito nella tragedia e di cui essere orgogliosi, sicuramente, ma che poi si divide nell'immediato post tragedia. Perché è inutile negarlo. Siamo tutti uniti e solidali negli attimi della tragedia, tutti pronti ad aiutarci gli uni con gli altri, vedi il terremoto Dell'Aquila, del centro Italia, la prima fase del Covid. Ma poi, superata la fase di assoluta emergenza, le divisioni tornano. In un modo o nell'altro tornano sempre.

Anna Maria CAVA

Ultime Notizie

Per offrirti il miglior servizio possibile questo sito utilizza cookies. Continuando la navigazione nel sito acconsenti al loro impiego in conformità alla nostra Privacy Policy.

Accetto i cookie da questo sito.